sabato 9 luglio 2016

L'imprudenza è un motore potente



Se ripenso ad alcune delle esperienze passate mi rendo conto dell’imprudenza, dell’insensatezza di alcune cosa fatte in totale non curanza dal mio me degli anni passati.
Il mio me che ha dormito in un campo rom, dietro ad una ferrovia, con incendio notturno (l'avventura) ormai è storia nota.
In passato ci fu un giovane 19enne mio me, sempre in compagnia del solito roberto, che si ritrovò in quell’estate del 99 all’isola d’elba dalle parti di porto azzurro. Sopra il campeggio in cui dormivamo potevamo ammirare, in cima a quello che sembrava una piccola collinetta, una croce di ferro.  Per una settimana la sua lunga ombra si è allungata sulla nostra quieta vacanza, come invito e minaccia di un’avventura da compiere prima di ripartire verso casa. E sedotti dal lato ombroso della forza siamo partiti l’ultima mattina di vacanza verso la croce e lo abbiamo fatto nel modo più cretino possibile, camminando semplicemente in linea retta in direzione della croce stessa.
Non c’è bisogno che voi siate forestali, guardaboschi o scout per capire che non sempre in mezzo alla natura la linea retta è la strada migliore da seguire. E infatti noi di strade battute non ne usammo più quasi da subito ritrovandoci a camminare nell’erba alta, nella pungente macchia mediterranea e nel sottobosco evitando cespugli e rovi ma sempre cercando di camminare in linea retta verso la croce fino a quando la strada non finì. Sotto la croce. Esattamente a 50 m sotto la croce.
Eravamo arrivati ad un piccolo spiazzo, già piuttosto in alto a strapiombo sulla natura e proprio sotto la nostra meta. Quello spiazzo doveva essere il ritrovo di festini e cose così perché per terra c’erano molti resti di bottiglie di birra, cartocci di vino e sigarette. In pratica non volevamo restare lì un secondo di più, i miei giorni da marzialista erano ancora lontani. Però….
Avevamo camminato per più di un’ora attraverso la “natura selvaggia”  e ora non volevo fermarmi minimamente ad un passo dalla meta, fosse anche stato un passo da compiere in verticale.
Controllai la parete di fronte a me, era pietra solita, piena di appigli, e non sembrava franare (né friare) nemmeno un po’. 



Senza pormi troppi problemi cominciai ad arrampicarmi. La parete era quasi verticale, ma veramente piena di appigli profondi e comodi.
Mi tirai su e dopo un paio di metri comunicai al mio compagno d’avventura che sarei sceso dall’altra parte (quale altra parte?), e continuai a salire, appiglio dopo appiglio, evitando quelle poche piante che crescevano tra le rocce  e piene di spine che rendevano più complicata la scalata. Non pensai nemmeno per un momento a quello che sarebbe successo se fossi caduto, non pensai nemmeno per un momento che, a parte quel piccolo spiazzo da cui ero partito, sotto di me c’era solo una lunga lunga caduta a separarmi dalla natura selvaggia.
Arrivai in cima molto prima di essere davvero preoccupato di non farcela, e nei primi momenti in cui ero su non mi preoccupai nemmeno della possibilità che non ci fosse una strada per scendere e che quindi sarei stato obbligato a ripercorrere in giù la scalata appena fatta…
Fortunatamente in quei 5 minuti in cui me ne restai lì ad ammirare il panorama, neanche fosse stato il k2, intravidi roberto che si stava arrampicando pure lui. Sorpreso lo aspettai con calma, guidandolo con gli appigli (laggiù, la vertebra di moffetta)…
Ed in cima alla vetta, fieri noi uomini fieri conquistammo l’elba.



Ma questo era in realtà solo il prologo.
Scendemmo lungo un sentiero o quello che a noi sembrò un sentiero, era ripido e pieno di pietre, così ripido che ogni tanto abbiamo dovuto farlo a quattro zampe per non cadere, ed era ugualmente più semplice che scalare. Mentre ci godevamo la discesa ci vide un uomo sul crinale opposto a quello da cui stavamo quasi rotolando giù e ci urlò una cosa che ancora mi fa ridere:
 “non è quella la strada per la croce, Folli!”…
Ridemmo entrambi. Molto. Era troppo complicato spiegarli che stavamo scendendo dalla croce e che la strada in salita era stata più difficile di quella. Così continuammo a scendere fino a che non giungemmo al mare.

In realtà volevo usare questa piccola memoria per raccontare altro, ma credo che lo farò un altro giorno.

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