Se ripenso ad alcune delle esperienze passate mi rendo conto
dell’imprudenza, dell’insensatezza di alcune cosa fatte in totale non curanza
dal mio me degli anni passati.
Il mio me che ha dormito in un campo rom, dietro ad una ferrovia,
con incendio notturno (l'avventura)
ormai è storia nota.
In passato ci fu un giovane 19enne mio me, sempre in
compagnia del solito roberto, che si ritrovò in quell’estate del 99 all’isola d’elba
dalle parti di porto azzurro. Sopra il campeggio in cui dormivamo potevamo
ammirare, in cima a quello che sembrava una piccola collinetta, una croce di
ferro. Per una settimana la sua lunga
ombra si è allungata sulla nostra quieta vacanza, come invito e minaccia di un’avventura
da compiere prima di ripartire verso casa. E sedotti dal lato ombroso della
forza siamo partiti l’ultima mattina di vacanza verso la croce e lo abbiamo
fatto nel modo più cretino possibile, camminando semplicemente in linea retta
in direzione della croce stessa.
Non c’è bisogno che voi siate forestali, guardaboschi o
scout per capire che non sempre in mezzo alla natura la linea retta è la strada
migliore da seguire. E infatti noi di strade battute non ne usammo più quasi da
subito ritrovandoci a camminare nell’erba alta, nella pungente macchia
mediterranea e nel sottobosco evitando cespugli e rovi ma sempre cercando di
camminare in linea retta verso la croce fino a quando la strada non finì. Sotto
la croce. Esattamente a 50 m sotto la croce.
Eravamo arrivati ad un piccolo spiazzo, già piuttosto in
alto a strapiombo sulla natura e proprio sotto la nostra meta. Quello spiazzo
doveva essere il ritrovo di festini e cose così perché per terra c’erano molti
resti di bottiglie di birra, cartocci di vino e sigarette. In pratica non
volevamo restare lì un secondo di più, i miei giorni da marzialista erano
ancora lontani. Però….
Avevamo camminato per più di un’ora attraverso la “natura
selvaggia” e ora non volevo fermarmi
minimamente ad un passo dalla meta, fosse anche stato un passo da compiere in
verticale.
Controllai la parete di fronte a me, era pietra solita,
piena di appigli, e non sembrava franare (né friare) nemmeno un po’.
Senza pormi troppi problemi cominciai ad arrampicarmi. La parete
era quasi verticale, ma veramente piena di appigli profondi e comodi.
Mi tirai su e dopo un paio di metri comunicai al mio
compagno d’avventura che sarei sceso dall’altra parte (quale altra parte?), e
continuai a salire, appiglio dopo appiglio, evitando quelle poche piante che
crescevano tra le rocce e piene di spine
che rendevano più complicata la scalata. Non pensai nemmeno per un momento a
quello che sarebbe successo se fossi caduto, non pensai nemmeno per un momento
che, a parte quel piccolo spiazzo da cui ero partito, sotto di me c’era solo
una lunga lunga caduta a separarmi dalla natura selvaggia.
Arrivai in cima molto prima di essere davvero preoccupato di
non farcela, e nei primi momenti in cui ero su non mi preoccupai nemmeno della
possibilità che non ci fosse una strada per scendere e che quindi sarei stato
obbligato a ripercorrere in giù la scalata appena fatta…
Fortunatamente in quei 5 minuti in cui me ne restai lì ad
ammirare il panorama, neanche fosse stato il k2, intravidi roberto che si stava
arrampicando pure lui. Sorpreso lo aspettai con calma, guidandolo con gli
appigli (laggiù, la vertebra di moffetta)…
Ed in cima alla vetta, fieri noi uomini fieri conquistammo l’elba.
Ma questo era in realtà solo il prologo.
Scendemmo lungo un sentiero o quello che a noi sembrò un
sentiero, era ripido e pieno di pietre, così ripido che ogni tanto abbiamo
dovuto farlo a quattro zampe per non cadere, ed era ugualmente più semplice che
scalare. Mentre ci godevamo la discesa ci vide un uomo sul crinale opposto a
quello da cui stavamo quasi rotolando giù e ci urlò una cosa che ancora mi fa
ridere:
“non è quella la
strada per la croce, Folli!”…
Ridemmo entrambi. Molto. Era troppo complicato spiegarli che
stavamo scendendo dalla croce e che la strada in salita era stata più difficile
di quella. Così continuammo a scendere fino a che non giungemmo al mare.
In realtà volevo usare questa piccola memoria per raccontare
altro, ma credo che lo farò un altro giorno.


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