Commento a freddo, a caldo, con ancora sensazioni sulla
pelle.
Quando leggi un libro più di una volta, più di due, ok,
forse più di cinque volte nel corso degli ultimi sette anni è inevitabile che
le aspettative su una trasposizione filmica dello stesso siano in qualche modo
impossibili da soddisfare.
Player One, ora finalmente conosciuto ai più con il suo
titolo originale Ready Player One era il libro che io spacciavo a chiunque
conoscessi con un minimo di passione, di autentica passione per la produzione
nerd degli anni 80, un tempo in cui essere nerd non era figo, non era di moda e
per poter far parte del club dovevi studiare, studiare tanto. Film, fumetti,
cinema e videogiochi, videogiochi veri, nessuna cazzata da tablet.
RPO era il romanzo che univa tutto questo, era permeato da
un profondo senso di nostalgia per un tempo passato, la nostalgia per l’infanzia
ormai passata, per il periodo più bello della vita di una persona, quello privo
di preoccupazioni, in cui è possibile sognare con poco, un quarto di dollaro
(per noi duecento lire) e un cabinato in una sala giochi scalcinata piena di
luci neon.
Era questo e anche di più, era l’avventura, il viaggio dell’eroe,
la quest finale per salvare il mondo mettendo a rischio tutto quanto.
Quando ho saputo che Spielberg si sarebbe occupato del film
sono stato felice, quando ho visto i primi trailer sono stato felice, quando ho
sentito la colonna sonora sono stato molto felice (in pratica la stessa musica
che ascolto quando vado a correre da Jump dei Van Halen a Take on Me degli A-ha).
Sapevo che molto
sarebbe cambiato, impossibile infilare in un film le licenze infinite che
affollano le pagine del libro. Era una cosa che avevo accettato e ne ero quasi
felice, sarebbe stato come vivere la stessa storia in un modo diverso per la
seconda volta.
Il film di Spielberg è una giostra rapida, velocissima e
colorata, piena di citazioni a schermo, così tante che molte scene andrebbero
viste a rallentatore e ugualmente si rischierebbe di perdere qualcosa.
È più attuale nei contenuti, rimandi alla cultura attuale,
agli attuali videogiochi sia nelle sequenze che nelle skin dei vari avatar. Una
giostra coloratissima che sinceramente ti trascina senza darti un momento di
respiro.
Volano i minuti del film, tutto corre, si arriva alla fine
più rapidi di quanto si potesse pensare.
È un bel film? Direi che non è male. È il film che avrei
voluto vedere? In realtà no, ma non per quel terribile problema che abbiamo noi
nerd ad accettare una novità e a distaccarci da qualcosa che conosciamo da
tante e che, sotto sotto, consideriamo un po' nostro. Ho adorato Gli ultimi
Jedi, tanto per capirci, un film estremamente coraggioso, di rottura, sebbene
con una principessa volante di troppo.
Quindi cosa non ho accettato di questo film?
Il problema di fondo è il tono del film e le motivazioni dei
personaggi, il mondo in decadenza, l’umanità che ha devastato il pianeta e che
adesso ne paga le conseguenze è appena visibile (ci sono le cataste, ma nessuno
dice perché ci siano). Art3mis, nel libro, rimprovera Parzival per il suo
progetto di spendere i soldi vinti con il ritrovamento dell’Egg, troppo futile
e infantile, lei vuole usare i soldi e le ricchezze di HAlliday per provare a migliorare il mondo, 10
miliardi di dollari non saranno sufficienti, ma per lei sono un buon punto di
inizio.
Non era solo un gioco per la Gunter più tosta di Oasis, c’era
il mondo in palio e lo capiva anche il Sorrento del libro, controllare Oasis è
controllare l’economia globale, mentre nel film è un po' una macchietta, un
idiota che scrive la password del suo account su un post-it accanto alla sua
postazione di lavoro, in bella vista.
Non c’è mai la sensazione che Sorrento sia una vera
minaccia, tranne che in quell’unico ovvio momento, sembra un incapace anche nei
ricordi di Halliday.
Oltre al tono più cupo, il senso di pericolo maggiore, manca
la vera ricerca, mancano gli enigmi, ma capisco quanto sia difficile inserirne
tre in un film di per sé già pieno, sebbene l’indizio della prima porta sia già
stato trovato e quello delle terza poco c’entra con quello che poi realmente
succede nella storia.
Quello che però non ho sentito nel film è quel senso di
legame con Halliday con la sua passione per gli anni 80, quel mondo che non
voleva perdere, ma sono contento che abbiano lasciato la sua battuta di addio “grazie
per aver giocato al mio gioco”, l’ho sempre trovata una frase molto commovente.
Quindi? Beh, guardatelo, giudicatelo da voi, ovviamente, il
mio giudizio non dovrebbe influenzarvi almeno quanto a me non frega molto del
vostro.
Certo che però con tutto un mondo di gente che si connette a
Oasis guarda che caso gli Altissimi cinque vivono tutti proprio a Columbus,
pensa te.