Il primo settembre 2015 partivo per la mia prima avventura.
Il primo settempre 2016 ero già sulla strada ad un giorno di cammino da Bilbao.
sì, lo so che oggi è ancora il 31 agosto.
ma ora cosa rimane ad un anno dal cammino?
Cosa rimane di un’esperienza così profonda ma così
vincolata al luogo e al tempo in cui la si percorre?
La vita riprende normalmente quando torni nel mondo vero, quello grigio,
fatto di lavoro, di persone che per strada non salutano (e che non senti il
bisogno né la voglia di salutare), fatto di sedie, di giornate lunghe e di
notti cortissime.
C’è una frase che viene ripetuta spesso ai pellegrini, il
Cammino è come una vita intera racchiusa nello spazio di 900 chilometri.
È una vita che smetti di misurare in tempo, poiché per
ognuno ha una durata differente, e sono i chilometri l’unica certezza.
Le ore e le giornate non hanno più un valore assoluto,
non ti ricordi bene quando hai incontrato quella persona o ha piovuto. ricordi
i chilometri.
La tua testa cambia prospettiva, le necessità primarie
diventano quelle più importanti, senti la fame, la sete e la stanchezza e di
tanto in tanto (spesso) il dolore a piedi e ginocchia, ma oltre questo la tua
mente è libera. Non ci sono scadenze, non ci sono bollette, non ci sono tg con
il solito politico vomita odio, non ci sono differenze tra te e gli altri
pellegrini.
C’è solo l’essenziale e in quel mondo l’essenziale non è
poi così invisibile.
Ci sono piccole cose, una giornata di sole seguita da una
doccia e una cena semplice, una pausa su un prato leggendo qualcosa, la pioggia
che rende difficile camminare, ma che ti rinfresca le gambe, un saluto,
incontrare ancora persone che hai visto per 10 minuti 3-4 giorni fa e
abbracciarle come se vi conosceste da una vita.
Fermarsi ad un certo punto per guardare il panorama, per
guardarsi indietro, godersi il silenzio.
Queste sono le cose che mi mancano, prendermi tempo,
perdere tempo per il puro piacere del momento, uno spazio completamente diverso
da quello che puoi passare in spiaggia sdraiato a non fare niente.
Un’altra delle frasi che si sente dire spesso sul cammino
è “pellegrino una volta, pellegrino per tutta la vita”.
Mi manca camminare.
Mi manca vedere ogni giorno un’alba diversa su un
panorama diverso pur restando sempre sotto lo stesso sterminato cielo.
Mi manca trovare ogni sera un letto diverso ad
accogliermi, volti diversi da salutare e nuove salite da affrontare.
Mi manca l’enpanada comprata in un piccolo forno, o la
napolitana mangiata a colazione con il cafè con leche. Mi manca la cerveza a un
euro e mezzo e le patatas brava per
coccolarti, di tanto in tanto, a fine giornata.
Mi manca lo zaino, mi manca avere con me tutto quello che
mi serve, tutto quello che possiedo, capendo perfettamente quanto quello che ho
mi basti comodamente per le mie necessità, mi manca frugare nella tasca
laterale e trovare un po’ di cioccolato e di pane, sì perché essere pellegrini
non vuol dire andare avanti a pane ed acque e quel pezzetto di cioccolato mi
faceva sentire come un re.
Mi manca quel giorno prima di partire da Saint Jean pie
du Port, emozionato e un po’ spaventato, e tutto era nuovo e c’erano così tante
cose da imparare.
Mi mancano le cene in albergue, cene semplicissime in cui
mi preparavo pasta, o fagioli, o uova, perché il cammino non è nemmeno andare
in ristorante tutte le sere (anzi, meno ci si va meglio è).
Mi manca avere il tempo per non pensare, le persone che
partono sono convinte di poter trovare finalmente il tempo per poter pensare,
ma il cammino è lungo e serve tempo, e ogni tanto serve anche spengere il
cervello e chiudere tutto mentre cammini semplicemente e non c’è nient’altro,
solo il camminare e il sentiero davanti a te.
Però non voglio dimenticare i dolori alle ginocchia (i
primi giorni), le galle sotto i piedi (non solo i primi giorni), le unghie
perse (troppe), non voglio dimenticare la spalla destra dolorante per i primi 4
giorni per via dello zaino agganciato male e mi faceva così male che se
sollevavo il braccio troppo velocemente sentivo una fitta come una pugnalata,
non voglio dimenticare alcune discese fatte tra enormi pietre che ti
costringevano ad andare veramente piano ed ogni passo era una sofferenza, non
voglio dimenticare le fastidiose mosche delle mesetas né gli altrettanto
fastidiosi ciclisti.
E nel bene e nel male mi manca tutto questo.
Pensavo che avrei dimenticato più, pensavo che avrei
perso molto di più di questa esperienza col tempo, pensavo che le sensazioni
che avevo provato sarebbero diventate sempre più sottili nella memoria, ma
incredibilmente non è così.
Adesso sono diviso e credo che lo sarò per molto tempo, a
dire il vero non so se tornerò mai intero com’ero prima di partire.
C’è un me pellegrino e un me urbano, le mie due vite che
convivono.
Il pellegrino ogni tanto scalpita, vorrebbe partire e
camminare oppure gli basterebbe raccontare anche solo per rivivere quei
ricordi, il me urbano cerca di frenarlo ogni volta che può. Non so quanto ci
riesca, ma il fatto che sia qui a scriverne vuol dire che essenzialmente non
sta facendo un buon lavoro.
Chiedo quindi scusa a tutti colore che mi sono vicini e
che mi hanno sentito parlare del cammino troppo o troppo spesso. Oh, e se poi invece
non l’ho fatto e volete saperne di più basta chiedere…
Aver vissuto un’altra vita oltre a questa di tanto in
tanto mi fa tornare alla mente i ricordi di ciò che è stato, del mio me che
viveva lungo la strada e camminava.
Ricordi di momenti a cui non ripensavo più da tempo. Un
vecchio spognolo, tarchiato e piegato su un bastone da passeggio che urla
contro un toro che si è avvicinato troppo alla recinzione del pascolo e agita
quel piccolo pezzo di legno davanti a quel mastodonte cornuto. E
soprendendemente il toro arretra, spaventato forse.
un ricordo della durata di 10 secondi a cui non avevo
prestato orecchio da mesi.
Ripenso al rumore dei miei piedi sul sentiero ritmati dal
battito costante del mio bastone, ricordo angoli di mondo che pensavo di aver
superato distrattamente ma che invece hanno marchiato la mia memoria.
Ricordo le cornamuse nella piazza di Santiago, ricordo il
mare all’orizzonte prima di arrivare a Cee e ogni tanto mi sembra di ricordare
il profumo della strada, dell’erba della galizia, della pioggia su O’Cebreiro,
dell’incenso della chiesa di Roncisvalle.
Mi sembra anche di ricordare il profumo del caffè a Logrono
e del polpo a Fisterre.
Parti per un viaggio che non ha una meta come fine, ma
che trova nel viaggio stesso la sua essenza e questo, di contro, non ti farà
mai tornare a casa, quel viaggio non finirà mai più.






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