giovedì 29 marzo 2018

La potente Forza degli anni 80


Commento a freddo, a caldo, con ancora sensazioni sulla pelle.
Quando leggi un libro più di una volta, più di due, ok, forse più di cinque volte nel corso degli ultimi sette anni è inevitabile che le aspettative su una trasposizione filmica dello stesso siano in qualche modo impossibili da soddisfare.
Player One, ora finalmente conosciuto ai più con il suo titolo originale Ready Player One era il libro che io spacciavo a chiunque conoscessi con un minimo di passione, di autentica passione per la produzione nerd degli anni 80, un tempo in cui essere nerd non era figo, non era di moda e per poter far parte del club dovevi studiare, studiare tanto. Film, fumetti, cinema e videogiochi, videogiochi veri, nessuna cazzata da tablet.
RPO era il romanzo che univa tutto questo, era permeato da un profondo senso di nostalgia per un tempo passato, la nostalgia per l’infanzia ormai passata, per il periodo più bello della vita di una persona, quello privo di preoccupazioni, in cui è possibile sognare con poco, un quarto di dollaro (per noi duecento lire) e un cabinato in una sala giochi scalcinata piena di luci neon.
Era questo e anche di più, era l’avventura, il viaggio dell’eroe, la quest finale per salvare il mondo mettendo a rischio tutto quanto.
Quando ho saputo che Spielberg si sarebbe occupato del film sono stato felice, quando ho visto i primi trailer sono stato felice, quando ho sentito la colonna sonora sono stato molto felice (in pratica la stessa musica che ascolto quando vado a correre da Jump dei Van Halen a Take on Me degli A-ha).
Sapevo  che molto sarebbe cambiato, impossibile infilare in un film le licenze infinite che affollano le pagine del libro. Era una cosa che avevo accettato e ne ero quasi felice, sarebbe stato come vivere la stessa storia in un modo diverso per la seconda volta.
Il film di Spielberg è una giostra rapida, velocissima e colorata, piena di citazioni a schermo, così tante che molte scene andrebbero viste a rallentatore e ugualmente si rischierebbe di perdere qualcosa.
È più attuale nei contenuti, rimandi alla cultura attuale, agli attuali videogiochi sia nelle sequenze che nelle skin dei vari avatar. Una giostra coloratissima che sinceramente ti trascina senza darti un momento di respiro.
Volano i minuti del film, tutto corre, si arriva alla fine più rapidi di quanto si potesse pensare.
È un bel film? Direi che non è male. È il film che avrei voluto vedere? In realtà no, ma non per quel terribile problema che abbiamo noi nerd ad accettare una novità e a distaccarci da qualcosa che conosciamo da tante e che, sotto sotto, consideriamo un po' nostro. Ho adorato Gli ultimi Jedi, tanto per capirci, un film estremamente coraggioso, di rottura, sebbene con una principessa volante di troppo.
Quindi cosa non ho accettato di questo film?
Il problema di fondo è il tono del film e le motivazioni dei personaggi, il mondo in decadenza, l’umanità che ha devastato il pianeta e che adesso ne paga le conseguenze è appena visibile (ci sono le cataste, ma nessuno dice perché ci siano). Art3mis, nel libro, rimprovera Parzival per il suo progetto di spendere i soldi vinti con il ritrovamento dell’Egg, troppo futile e infantile, lei vuole usare i soldi e le ricchezze di HAlliday  per provare a migliorare il mondo, 10 miliardi di dollari non saranno sufficienti, ma per lei sono un buon punto di inizio.
Non era solo un gioco per la Gunter più tosta di Oasis, c’era il mondo in palio e lo capiva anche il Sorrento del libro, controllare Oasis è controllare l’economia globale, mentre nel film è un po' una macchietta, un idiota che scrive la password del suo account su un post-it accanto alla sua postazione di lavoro, in bella vista.
Non c’è mai la sensazione che Sorrento sia una vera minaccia, tranne che in quell’unico ovvio momento, sembra un incapace anche nei ricordi di Halliday.
Oltre al tono più cupo, il senso di pericolo maggiore, manca la vera ricerca, mancano gli enigmi, ma capisco quanto sia difficile inserirne tre in un film di per sé già pieno, sebbene l’indizio della prima porta sia già stato trovato e quello delle terza poco c’entra con quello che poi realmente succede nella storia.
Quello che però non ho sentito nel film è quel senso di legame con Halliday con la sua passione per gli anni 80, quel mondo che non voleva perdere, ma sono contento che abbiano lasciato la sua battuta di addio “grazie per aver giocato al mio gioco”, l’ho sempre trovata una frase molto commovente.
Quindi? Beh, guardatelo, giudicatelo da voi, ovviamente, il mio giudizio non dovrebbe influenzarvi almeno quanto a me non frega molto del vostro.
Certo che però con tutto un mondo di gente che si connette a Oasis guarda che caso gli Altissimi cinque vivono tutti proprio a Columbus, pensa te.

giovedì 31 agosto 2017

Ad un anno dal cammino







Il primo settembre 2015 partivo per la mia prima avventura.
Il primo settempre 2016 ero già sulla strada ad un giorno di cammino da Bilbao.
sì, lo so che oggi è ancora il 31 agosto.
ma ora cosa rimane ad un anno dal cammino?
Cosa rimane di un’esperienza così profonda ma così vincolata al luogo e al tempo in cui la si percorre?
La vita riprende normalmente  quando torni nel mondo vero, quello grigio, fatto di lavoro, di persone che per strada non salutano (e che non senti il bisogno né la voglia di salutare), fatto di sedie, di giornate lunghe e di notti cortissime.
C’è una frase che viene ripetuta spesso ai pellegrini, il Cammino è come una vita intera racchiusa nello spazio di 900 chilometri.
È una vita che smetti di misurare in tempo, poiché per ognuno ha una durata differente, e sono i chilometri l’unica certezza.
Le ore e le giornate non hanno più un valore assoluto, non ti ricordi bene quando hai incontrato quella persona o ha piovuto. ricordi i chilometri.
La tua testa cambia prospettiva, le necessità primarie diventano quelle più importanti, senti la fame, la sete e la stanchezza e di tanto in tanto (spesso) il dolore a piedi e ginocchia, ma oltre questo la tua mente è libera. Non ci sono scadenze, non ci sono bollette, non ci sono tg con il solito politico vomita odio, non ci sono differenze tra te e gli altri pellegrini.
C’è solo l’essenziale e in quel mondo l’essenziale non è poi così invisibile.
Ci sono piccole cose, una giornata di sole seguita da una doccia e una cena semplice, una pausa su un prato leggendo qualcosa, la pioggia che rende difficile camminare, ma che ti rinfresca le gambe, un saluto, incontrare ancora persone che hai visto per 10 minuti 3-4 giorni fa e abbracciarle come se vi conosceste da una vita.
Fermarsi ad un certo punto per guardare il panorama, per guardarsi indietro, godersi il silenzio.
Queste sono le cose che mi mancano, prendermi tempo, perdere tempo per il puro piacere del momento, uno spazio completamente diverso da quello che puoi passare in spiaggia sdraiato a non fare niente.
Un’altra delle frasi che si sente dire spesso sul cammino è “pellegrino una volta, pellegrino per tutta la vita”.
Mi manca camminare.
Mi manca vedere ogni giorno un’alba diversa su un panorama diverso pur restando sempre sotto lo stesso sterminato cielo.
Mi manca trovare ogni sera un letto diverso ad accogliermi, volti diversi da salutare e nuove salite da affrontare.
Mi manca l’enpanada comprata in un piccolo forno, o la napolitana mangiata a colazione con il cafè con leche. Mi manca la cerveza a un euro e mezzo e le patatas brava  per coccolarti, di tanto in tanto, a fine giornata.
Mi manca lo zaino, mi manca avere con me tutto quello che mi serve, tutto quello che possiedo, capendo perfettamente quanto quello che ho mi basti comodamente per le mie necessità, mi manca frugare nella tasca laterale e trovare un po’ di cioccolato e di pane, sì perché essere pellegrini non vuol dire andare avanti a pane ed acque e quel pezzetto di cioccolato mi faceva sentire come un re.
Mi manca quel giorno prima di partire da Saint Jean pie du Port, emozionato e un po’ spaventato, e tutto era nuovo e c’erano così tante cose da imparare.
Mi mancano le cene in albergue, cene semplicissime in cui mi preparavo pasta, o fagioli, o uova, perché il cammino non è nemmeno andare in ristorante tutte le sere (anzi, meno ci si va meglio è).
Mi manca avere il tempo per non pensare, le persone che partono sono convinte di poter trovare finalmente il tempo per poter pensare, ma il cammino è lungo e serve tempo, e ogni tanto serve anche spengere il cervello e chiudere tutto mentre cammini semplicemente e non c’è nient’altro, solo il camminare e il sentiero davanti a te.
Però non voglio dimenticare i dolori alle ginocchia (i primi giorni), le galle sotto i piedi (non solo i primi giorni), le unghie perse (troppe), non voglio dimenticare la spalla destra dolorante per i primi 4 giorni per via dello zaino agganciato male e mi faceva così male che se sollevavo il braccio troppo velocemente sentivo una fitta come una pugnalata, non voglio dimenticare alcune discese fatte tra enormi pietre che ti costringevano ad andare veramente piano ed ogni passo era una sofferenza, non voglio dimenticare le fastidiose mosche delle mesetas né gli altrettanto fastidiosi ciclisti.
E nel bene e nel male mi manca tutto questo.
Pensavo che avrei dimenticato più, pensavo che avrei perso molto di più di questa esperienza col tempo, pensavo che le sensazioni che avevo provato sarebbero diventate sempre più sottili nella memoria, ma incredibilmente non è così.
Adesso sono diviso e credo che lo sarò per molto tempo, a dire il vero non so se tornerò mai intero com’ero prima di partire.
C’è un me pellegrino e un me urbano, le mie due vite che convivono.
Il pellegrino ogni tanto scalpita, vorrebbe partire e camminare oppure gli basterebbe raccontare anche solo per rivivere quei ricordi, il me urbano cerca di frenarlo ogni volta che può. Non so quanto ci riesca, ma il fatto che sia qui a scriverne vuol dire che essenzialmente non sta facendo un buon lavoro.
Chiedo quindi scusa a tutti colore che mi sono vicini e che mi hanno sentito parlare del cammino troppo o troppo spesso. Oh, e se poi invece non l’ho fatto e volete saperne di più basta chiedere…

Aver vissuto un’altra vita oltre a questa di tanto in tanto mi fa tornare alla mente i ricordi di ciò che è stato, del mio me che viveva lungo la strada e camminava.
Ricordi di momenti a cui non ripensavo più da tempo. Un vecchio spognolo, tarchiato e piegato su un bastone da passeggio che urla contro un toro che si è avvicinato troppo alla recinzione del pascolo e agita quel piccolo pezzo di legno davanti a quel mastodonte cornuto. E soprendendemente il toro arretra, spaventato forse.
un ricordo della durata di 10 secondi a cui non avevo prestato orecchio da mesi.
Ripenso al rumore dei miei piedi sul sentiero ritmati dal battito costante del mio bastone, ricordo angoli di mondo che pensavo di aver superato distrattamente ma che invece hanno marchiato la mia memoria.
Ricordo le cornamuse nella piazza di Santiago, ricordo il mare all’orizzonte prima di arrivare a Cee e ogni tanto mi sembra di ricordare il profumo della strada, dell’erba della galizia, della pioggia su O’Cebreiro, dell’incenso della chiesa di Roncisvalle.
Mi sembra anche di ricordare il profumo del caffè a Logrono e del polpo a Fisterre.
Parti per un viaggio che non ha una meta come fine, ma che trova nel viaggio stesso la sua essenza e questo, di contro, non ti farà mai tornare a casa, quel viaggio non finirà mai più.









venerdì 23 settembre 2016

Il turista italiano

Te ne stai seduto in pace, in silenzio. Ti godi il momento. Hai camminato in silenzio per giorni, ora quel silenzio è più riposante. Puoi gustare tranquillamente un po'di cucina locale, ogni tanto puoi allungare l'orecchio per renderti conto come l'idioma del posto ti stia diventando familiare e estraneo allo stesso tempo, e la cosa ti diverte, diverte perché sei in grado di colmare la differenze (alcune, non tutte) tra spagnolo e galiziano.
Poi voci altissime rovinano il momento, descrivono tutto quello che vedono, per comunicare col barista, col cameriere parlano più piano, più forte, ma sempre in italiano!
La verità è che a questi turisti o pellegrini che siano, va anche bene così, per fortuna loro spagnoli e italiani riescono sempre ad intendersi tra di loro nelle rispettive lingue. Si francesi e ai tedeschi va peggio. I primi si rifiutano di imparare altre lingue, e nessuno al mondo tiene davvero a voler imparare il tedesco. Gli italiani sono fortunati. Sono meno molesti per questo? No, ho detto solo che sono fortunati.
Li vedi muoversi in gruppi, gli italiani solitari sono così rari che quando dico che sono italiano e che cammino da solo vedo gli occhi increduli della gente.
I gruppi di italiani sul Cammino sono degni di un film di Verdone, ridicoli, rumorosi,pittoreschi. Ci dev'essere qualcosa che li porta improvvisamente a cantare in gruppo canzoni di Claudio villa (non importa l'età di questi pellegrini), Azzurro di Celentano e per chiudere, ma quello è anche il momento di cambiare bar, Volare.
Cristo, cantano Volare oh oh...
Che succede a questa gente in viaggio, anche ai giovani, nostalgia? Pensate che queste canzoni ricalchino l'ideale mondiale (sbagliato) dell'italiano simpatico?
Forse io sono un italiano stronzo, può essere.
Ma fuggo dalle vostre persone, dai vostri canti, dal vostro vociare come foste kryptonite.
Oggi è una bellissima giornata. C'è il sole, i bar stanno cominciando a mettere fuori le tapas per pranzo. Non rovinare tutto e Per favore, tutti voi che state per venire in Spagna, state per fare il cammino, tutti voi che state per passare un mese in questa terra bellissima, per favore, tutti voi, imparatele almeno un paio di frasi in spagnolo. Echeccazzo

mercoledì 21 settembre 2016

Gli spettri di finisterre

Tradizione vuole che al cabo di fisterre, alla punta di finisterre, di fronte al mare, sulla costa della morte, si bruci qualcosa che ti ha accompagnato durante il cammino. Lasciarsi qualcosa indietro per andare avanti più leggeri.
Sta finendo qualcosa di grande ed è sempre difficile quando qualcosa finisce. Ormai da tempo hai deciso che brucerai il tuo bastone, che così terminerà pure lui il suo cammino. Almeno puoi dirti che andrai avanti più leggero , ma la verità è che i primi passi senza bastone sono strani. Per un mese ti ha accompagnato e ora dovrai farcela da solo. Simbolismi come se grandinasse. Ma il cammino è così, può essere solo un viaggio a piedi, un trekking per gente con un sacco di tempo e poco amore per i propri piedi, e si possono ignorare i simbolismi e le metafore e i riti. Oppure lo si può sentire nel profondo, non c'entra niente la religione, c'entra il sentire e il sentire è collegato al sapere ascoltare. Il cammino ha una voce costante e per me quella voce era il suono del mio bastone che martellava il suolo ad ogni mio passo.

Cominci a tornare a casa quando ti lasci alle spalle il faro di finisterre, è un viaggio lungo, di solito include tutta una serie di mezzi di trasporto. Mi è bastato un passo per capire che il mio Cammino era finito, non mi parlava più, c'era ormai solo l'eco dei passi già fatti.
Il pellegrini...pardon, gli ex pellegrini che passeggiano per finisterre li riconosci facilmente, non camminano veramente, vagano come spettri. Non ci sono più conchiglie né frecce da seguite, né chilometri da percorrere. Vagano perché hanno memoria di chi erano ieri, e stanno cominciando a capire che domani saranno qualcos'altro, la somma di quello che erano prima di cominciare a camminare e un po' di quello che ricorderanno del cammino se hanno ascoltato sul serio.
Io ricorderò per sempre il suono del mio bastone, il battito del cuore del mio cammino. E se adesso mi vedete vagare per finisterre è sì per lo spaesamento , ma anche perché sto cercando un posto dove mangiare... Ah, proviamo lì...

martedì 20 settembre 2016

Ad un passo dalla fine

Improvvisamente, vicino alla fine di questa tappa di 30 e passa chilometri, a circa 50 da Santiago, ad un soffio dalla fine del mondo. All'improvviso mi sembra di non aver mai fatto altro nella mia vita che non fosse camminare. C'era un'altra vita prima, ma dopo tanto chilometri sembra quasi un sogno lontano, irreale. Irreale perché cosa c'è di più concreto di camminare, più concreto di avete sulle proprio spalle tutto ciò che si possiede e i piedi cine unico mezzo per attraversare il mondo intero? Eppure c'era una vita diversa in cui non camminavo, una vita diversa in cui le persone che incontri e a ci vuoi bene le vedi per una seconda, terza volta. Non le lasci indietro dopo un po' augurando loro buen camino.
Un mondo fatto di cose superflue che però danno gioia di vivere perché mangiare solo per sopravvivere non è divertente.
E adesso, ad in passo dalla fine del mondo ti trovi a metà tra due mondi e li vedi entrambi, e tu sei nel mezzo e non c'è una routine del pellegrino che ti permetta di capire, non c'è un video su Youtube che renda questo momento semplice da affrontare.
Tra poco non sarò più quello che sono stato per un mese, per ogni singola ora, per ogni chilometro e dovrò imparare di nuovo, dovrò ricordarmi chi ero prima, senza dimenticare mai i chilometri, i passi, le albe

sabato 17 settembre 2016

La fine del cammino del Nord

Il programma è una linea guida, al massimo dura due giorni, perché so che in un modo o nell'altro non lo rispetto mai. Di solito perché faccio qualche chilometro in più del previsto. Oggi il programma aveva una finale stupendo: ricongiungimento al cammino francese a 26 chilometri da Santiago. Ma poi che succede? Facciamo due passi indietro per capire. Da Boimorto partono due rettilinei infiniti di 20 km, noiosissimi, piattissimi. perfetta conclusione per il cammino del Nord. Ovviamente sul cemento, anche se in mezzo agli alberi. Dopo una lunga salita (le salite mi piacciono) e qualche metro ritrovo in cammino francese. Mi fermo all'incrocio, vedo i primi pellegrini che passano, alcuni sono turisti con zainetti minuscoli. Alcuni zoppicano. Sono le 14,30. Sorrido. Sorrido perché ripenso alla strada fatta, ripenso alle macchine, all'asfalto, a tutto l'asfalto. Alla fatica, alla solitudine costante. Sorrido. E riparto. Ma non cammino, praticamente volo! Supero gente, saluto. Incrocio un po'di folclore del cammino, vedo anche sette persone che a Santiago ci stanno andando a cavallo (tutto è meglio di una bici, ma la Compostela dovrebbero darla al cavallo). E cammino. Supero Brea, la mia tappa, solo 29 km, mica 31 come diceva la guida. E continuo avanti, mi godo ogni singolo passo, mi fermo 8 km più avanti. Come se non avessi camminato niente. Leggero. Mi sono scrollato l'asfalto dalle spalle, ho abbandonato per sempre la n 634. Santiago è a soli 20 km. Ma svoltare quell'incrocio è stato il mio premio. Il prossimo mi aspetta davanti all'oceano

venerdì 16 settembre 2016

Il bastone perfetto

Questa è la storia di un pellegrino e di un bastone.
Questa storia però comincia senza bastone e con un pellegrino che si mette in cammino, ma sente ad ogni passo che manca qualcosa alla sua camminata.
Cammina per chilometri senza bastone e si lamenta. Si lamenta in discesa perché sa quanto un bastone aiuti a non cadere e a controllare il passo. Si lamenta in salita perché quella gamba in più, quel sostegno in più rende meno gravoso lo sforzo.
Ma il Pellegrino è anche vittima della propria esperienza e del cammino già fatto e non vuole spendere una fortuna per un pezzo di legno visto che l'ultima volta l'ha pagato una cifra bassa e onesta. Così ogni tanto fruga nella cesta di qualche negozio, ma poi passa oltre. Trova anche un pezzo di legno decente che lo aiuta in una mezza tappa tra i boschi in salita. Un pezzo di legno decente, ma troppo lungo, troppo sottile, troppo leggero. Era solo questione di tempo, si sarebbe spezzato.
Il pellegrino cominciava a credere che stavolta non avrebbe avuto il suo bastone, avrebbe portato con sé per un po'il pezzo di legno e poi lo avrebbe lasciato in un modo o nell'altro.
Ma arrivando a Guernica il nostro eroe si reca all'albergue. È presto, tanto. L'una circa, e l'albergue avrebbe aperto tra tre ore. In questi momenti un altro pellegrino si siederebbe in un bar e si riposerebbe per tre ore mangiando pinxtos e bevendo cerveza.
Ma il nostro pellegrino non è fatto così. Rimane fermo per 5 minuti buoni davanti al cancello dell'albergue. Visto da fuori doveva sembrare strano anche per il metro di questi folli che si fanno tutti questi chilometri a piedi. Chissà cosa pensava la gente che lo vedeva lì immobile, neanche lo zaino si era levato.il pellegrino era sì immobile col corpo ma la sua testa correva tra i chilometri della tappa, i passi fatti e quelli che avrebbe potuto ancora fare e i suoi occhi pure si muovevano rapidi, da una parte cercavano di capire attraverso le finestre come fosse quel nuovo rifugio per la notte, all'altra videro qualcosa. Dietro il cancello chiuso dell'albergue, dimenticato?parcheggiato? Lasciato lì per lui? C'era un bastone. Perfetto.
Qualcuno avrebbe detto troppo pesante, troppo grosso, ma per il nostro pellegrino era perfetto. Adesso il pezzo di legno occupa il posto del bastone perfetto e il nostro pellegrino cammina lungo il mare non più solo.

Sono passati giorni, sono passati chilometri da quell'incontro, e nel fondo consumato del suo fedele bastone il Pellegrino rivede le fatiche, le salite, le discese che insieme hanno affrontato

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