I pellegrini hanno occhi da pellegrini, come i falchi. I pellegrini vedono, i pellegrini cercano.
Due giorni prima di partire da San Sebastian ero a Bilbao a fare il turista. Zaino leggero, occhiali da sole, nessuna chiazza di sudore sulla schiena. Prima volta a Bilbao, grande curiosità, tanta voglia di vedere tutto. La città, il museo, la vita. Erano i giorni della settimana di festa, gente di ogni età affolava le strade e beveva in unovdegli enormi stand che riempivano le strade lungo il fiume davanti alla città vecchia (il casco viejo). Potevi vedere gente ubriaca alle tre del pomeriggio e alle quattro ancora non aveva finito di pranzare. Gli occhi pieni di quel caos, pieni del Guggenheim, pieni di arte, così pieni che solo casualmente vidi un paio di frecce gialle (e in una zona attraverso la quale non sarei nemmeno passato in seguito).
5 giorni dopo ero di nuovo a Bilbao. Ero sceso dai monti, avevo preso pioggia per tutto il giorno, avevo fango fin sopra alle caviglie, unica parte di me non coperta dall'impermeabile. Entrare in città da pellegrino è diverso dall'essere turista. Soprattutto in una città così turistica e con così pochi pellegrini. Cammini guardano le frecce, o meglio, scrutando, cercando e, ogni tanto intuendo la posizione delle frecce. La città diventa una mappa per cercatori di tesori esperti. Ti sussurra il percorso da seguire solo se sai ascoltare. In mezzo alla gente che cammina, là all'angolo con l'incrocio, potete vedere il Pellegrino immobile, solo gli occhi vagano in ogni direzione, cercano nell'alzata dei marciapiedi, dietro i cartelli stradali, sulle panchine, sui muri dei palazzi. E all'improvviso quel bagliore dorato si mostra e il Pellegrino parte di nuovo, in parte sollevato per non aver sbagliato strada e in parte orgoglioso perché ha saputo ascoltare la città, la città che sussurra la strada da seguire, ma solo se hai occhi per ascoltare
giovedì 1 settembre 2016
Gli occhi del pellegrino
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