giovedì 8 settembre 2016

L'avventura austuriana

Il pellegrino normalmente programma.
La sera, dopo la doccia, dopo il bucato, dopo aver steso, dopo la Wi-Fi (se c'è), dopo tutto questo il Pellegrino potrebbe riposarsi, e invece programma.
C'è una profonda smania nei piedi che hanno camminato tutto il giorno e non hanno scusa capito che, finalmente, possono fermarsi. Così tocca dar loro un contentino, un trailer della giornata, o delle due giornate che verranno. I chilometri che faranno, uno sguardo veloce ai dislivelli da affrontare, un' occhiata, solo per curiosità, agli albergue possibili in cui soggiornare.
Due giorni fa avevo deciso, complice una disposizione degli albergue non proprio felice e un monte piuttosto alto da  salire e scendere, avevo deciso. Una giornata sui 35 km, con due spiagge e splendidi percorsi (finalmente) e un giorno di riposo. 22 km, per fermarsi davanti a quel monte, scalare l'Alto de la cruz il giorno dopo, fresco nei piedi e nei muscoli. Il pellegrino programma, ma il Pellegrino stesso è anche la peggior difficoltà da affrontare. Succede che il 22 km si esauriscono alle 12,30. Molto presto.il nostro pellegrino è stanco.  Il caldo dell'asfalto ha reso i piedi sensibili e doloranti, forse una nuova galla. E poi si è storto leggermente la caviglia su quegli ultimi pietroni. Guardatelo il nostro pellegrino, seduto in un bar a mangiare un Montaditos (la metà di un panino spagnolo, che è il doppio di uno italiano),a bere una coca, cerca di convincersi a restare dov'è. Chatta un po', naviga un po' col telefono.lo sguardo però è perso. La testa pensa alla caviglia. Forse sarebbe bene lasciarla riposare, potrebbe peggiorare sotto sforzo. Pensa che un giorno di riposo se lo è meritato. Pensa che dovrebbe fare 16 chilometri per arrivare al prossimo albergue. Pensa.Pensa che ha ancora fame, ma che cercherà un supermercato e per 1,5 euro si riempirà lo stomaco (Qui ne ha spesi 2,80 non si lamenta).
Così intanto si incammina zoppicando un po' con l'idea di mangiare, supera i pellegrini avanti aspettando che apra (sono passati davanti al bar mezz'ora dopo che si era seduto), li saluta e trova dove comprare cibo.
Si siede su un marciapiede all'ombra. È stanco. Mangia le sue paste salate ripiene di tonno. Ha programmato di fermarsi. Beve un litro di succo di frutta. Non vuole proprio mettersi a scalare la montagna con questo sole. Certo domani dà pioggia. Si alza per cercare un cestino e lo cerca seguendo le frecce gialle. Il pellegrino a volte è il suo peggior nemico.
Tre ore dopo ha superato Alto de la cruz. È sudato, stanco e soddisfatto. Legge che dovrebbe esserci un albergue a fondo valle. Alla sua ricerca si unisce un pellegrino olandese, un sessantenne, uno che per fare il suo pellegrinaggio è partito da casa 72 giorni fa. E i due seguono le frecce,i cartelli attaccati sotto parlano in un fantomatico hotel per pellegrini. Ma nessuno ne sa niente. Continuano a camminare, la valle ormai superata. Pensano di aver superato l'hotel e di essere un po' fregati. Ultimo tentativo, il nostro pellegrino chiede a due tipi che stanno giocando a scopa con un vecchio mazzo di carte se conoscono l'albergo. Ne discutiamo un po', poi loro chiamano il numero presente sui cartelli e fanno in modo che il tipo dell'albergue ci venga a prendere. Sorridono i due pellegrini. I signori spagnoli offrono caffè e whisky, con lo stomaco caldo i due pellegrini sorridono di più. Si parla del più e del meno, il nostro pellegrino traduce dallo spagnolo all'inglese per l'olandese. Quando i due señor scoprono la nazionalità del vecchio gli mostrano con orgoglio una piantina di maria che cresce in un vaso sul ciglio delle strada. Il pellegrino programma, ma per fortuna il Pellegrino ogni tanto fa un po' come sente, ignora i programmi e lascia che siano i piedi a guidare e a portarlo avanti e a permettere al cammino di sorprenderlo.

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